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Golf italiano, sostenibilità o gestione dell’esistente?

di Donato Ala

È importante chiarire un punto che nel dibattito rischia di essere frainteso. La Circolare n. 19 della Federazione Italiana Golf non si rivolge ai golfisti itineranti, né mette in discussione la libertà dei tesserati di giocare su più campi o di scegliere dove praticare il golf.

Il riferimento contenuto nel testo riguarda invece alcuni modelli di tesseramento adottati da specifici circoli, definiti come “puramente formali o strumentali”, che utilizzano l’affiliazione federale prevalentemente come leva commerciale, sganciata da una reale attività sportiva, associativa o territoriale. Il tema sollevato dalla Federazione è quindi interno al sistema dei circoli e attiene alle dinamiche di concorrenza tra strutture, non ai comportamenti dei singoli giocatori. Attribuire ai golfisti itineranti la responsabilità di tali distorsioni significherebbe confondere l’effetto con la causa.

La vera questione resta a monte: la difficoltà strutturale del golf italiano nel generare nuovi praticanti, che porta a redistribuire gli stessi tesserati all’interno di un mercato sempre più ristretto.

Dal 1° gennaio 2026 la Federazione Italiana Golf introduce un contributo obbligatorio di 500 euro per una categoria specifica di tesserati: i cosiddetti “tesserati non associati”. Si tratta di golfisti tesserati FIG che giocano in un circolo senza esserne soci, non versano la quota associativa completa e non godono dei pieni diritti associativi. Il contributo, aggiuntivo rispetto al costo della tessera federale, è annuale, viene versato dal circolo alla FIG ma ricade interamente sul giocatore.

I soci ordinari del circolo non pagano nulla in più. In sintesi: se sei tesserato ma non sei socio, paghi 500 euro; se sei socio, no.

Questa circolare non è una misura tecnica, ma una scelta politica. Di fatto introduce una distinzione tra tesserati di serie A e di serie B, penalizza il golf flessibile e occasionale, protegge il modello tradizionale dei circoli chiusi e spinge forzatamente verso tre alternative: diventare socio, smettere di giocare o rinunciare al tesseramento.

Il punto critico è che questo contributo non è legato a servizi aggiuntivi, non migliora il diritto di gioco, non offre agevolazioni e non è vincolato a progetti specifici. Appare come una tassa di status, non come un contributo di scopo. Colpisce una categoria di praticanti che, al contrario, contribuisce in modo significativo alla tenuta del sistema: paga green fee, porta liquidità, sostiene molti campi medio-piccoli ed è spesso la base numerica del movimento.

Si tratta inoltre di una scelta in controtendenza rispetto allo sport moderno. Il golf cresce dove è accessibile, dove propone formule flessibili e dove non è percepito come elitario. Introdurre una barriera economica di questo tipo rischia di scoraggiare nuovi ingressi e di allontanare giovani e famiglie.

Sul piano formale, nulla da eccepire: una Federazione riconosciuta dal CONI gode di autonomia regolamentare e può introdurre contributi ispirati a principi solidaristici. Un contributo, però, è legittimo quando ha una finalità chiara, proporzionata e verificabile. Diventa problematico quando incide sul sistema senza essere accompagnato da obiettivi misurabili e da una rendicontazione trasparente dei benefici prodotti.

Nei circoli italiani oggi si parla poco di filosofia e molto di sopravvivenza: costi di gestione in aumento, difficoltà ad attrarre nuovi giocatori, giovani lontani da uno sport percepito come chiuso. In questo contesto, qualsiasi intervento economico non chiaramente orientato allo sviluppo rischia di essere vissuto come un onere aggiuntivo, non come un investimento.

La circolare richiama il contrasto alle distorsioni concorrenziali. Un obiettivo condivisibile, ma che merita attenzione. Nel golf italiano esistono circoli che funzionano meglio di altri perché investono, comunicano, si aprono al territorio e costruiscono relazioni con il turismo. Un sistema cresce quando valorizza le buone pratiche e le rende replicabili, non quando tenta di livellare verso il basso penalizzando chi è più efficiente.

In tutto questo dibattito manca un termine fondamentale: sviluppo! turismo golfistico, nuovi praticanti, promozione internazionale, apertura a nuovi campi pubblici, dialogo con i territori. Senza una strategia chiara su questi fronti, la redistribuzione delle risorse resta una gestione dell’esistente, non una politica di crescita.

La questione, dunque, non è ideologica né pregiudiziale. La domanda è semplice e legittima: questo contributo renderà il golf italiano più forte tra due o tre anni?

Se l’obiettivo è mantenere un equilibrio interno, siamo di fronte a una misura difensiva. Se invece si vuole costruire il futuro, servono visione, trasparenza e coraggio e professionalità non inventate da poltrone da occupare. Perché la vera sostenibilità, nello sport come nell’economia, non si scrive nelle circolari: si misura nei numeri, nei campi pieni, nei giovani che entrano.

La Federazione afferma che il contributo non è sanzionatorio. Tuttavia, se non è proporzionato, non è collegato a benefici misurabili e non è finalizzato con criteri trasparenti, rischia di configurarsi come un contributo improprio. La giurisprudenza, anche sportiva, è chiara: un contributo federale deve avere una causa, una finalità e una destinazione verificabile.

C’è infine un nodo politico-sportivo. Questa circolare appare come una risposta difensiva a un sistema in sofferenza: invece di investire su sviluppo, turismo e nuovi golfisti, introduce un meccanismo redistributivo che scarica sui circoli il costo della mancata crescita. Non è illegale, ma è una scelta fragile.

Il golf italiano ha bisogno di risorse, su questo non c’è discussione. Ma le risorse vanno raccolte senza indebolire la base dei praticanti. Il problema non è se finanziare il sistema, ma come farlo.

Da qui nasce una nostra proposta, condivisibile o meno ma concreta: sostituire il contributo fisso di 500 euro con una quota progressiva legata all’effettivo utilizzo del golf. In alternativa, introdurre un contributo vincolato e trasparente, con destinazioni chiare e rendicontazione pubblica.

L’accesso cresce con incentivi, non con sovrattasse. Qualsiasi nuova misura dovrebbe partire come sperimentazione, con verifica dei risultati e possibilità di correzione. Questa è governance moderna.

La sostenibilità del golf italiano non può poggiare su misure punitive verso una parte dei praticanti. Un sistema sostenibile si costruisce con responsabilità condivisa, obiettivi misurabili e visione, non con barriere economiche.

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